Il Montefeltro

Incuneata fra Romagna, Marche, San Marino e Toscana si estende la regione storica del Montefeltro. Fra gli innumerevoli torrenti che la solcano solo due raggiungono la dignità di fiume: il Marecchia e il Conca. Mentre la schiena del monte Carpegna, con i suoi 1415 metri di altezza, ne rappresenta il punto più elevato.

L'orografia tormentata di questa terra è costellata di picchi rocciosi che si innalzano volgendo al mare le pareti più scoscese. Su ciascuno di questi picchi una rocca o i ruderi di un fortilizio rammentano un passato tumultuoso; mentre la grazia composta delle Pievi antiche, ora nel cuore delle borgate, ora isolate in mezzo a campi e boschi, temperano l'aspetto fiero di valloni e alture.

AI centro del Montefeltro, sul più irto dei massi, sorge San Leo.

AI Visitatore che sale della pianura romagnola la Città-Fortezza si presenta improvvisamente schermita dal suo enorme scudo di roccia altissima e levigata.

A chi scende dalla montagna essa appare quale nave dall'altissima prua volta ad Est, con la Torre Campanaria simile ad albero maestro, e con la sua manciata di case difformi e ammucchiate.

Varie sono le congetture degli studiosi sull'origine del toponimo Montefeltro. Noi propendiamo per quella legata alla tradizione che pone in epoca romana su questo monte un tempio a Giove Feretrio (lanciatore di fulmini) = Jupiter feretrius, da cui Mons Feretrus e Monte Feltro. Monte Feltro dunque in antico era soltanto l'altura col centro abitato di San Leo. Solo gradualmente, nel Medioevo, il toponimo passò a designare il territorio circostante, cioè la Diocesi-Contea.

La Storia nei secoli

Le caratteristiche geologiche del masso di San Leo rivelano un'origine comune a quella delle varie creste rocciose che costellano la regione feretrana.

Per la scienza si tratta di un'unica enorme massa calcarea zoogena formatasi in era Cenozoica (circa 20 milioni di anni fa) in fondo al mare Tirreno e scivolata, a causa dei movimenti orogenetici particolarmente vigorosi nel periodo del Miocene, su enormi quantità di argille scagliose in direzione Ovest- Est, frantumandosi, e dando luogo così all'attuale orografia della zona.

Non è difficile ricostruire mentalmente l'aspetto di questi luoghi quale dovette essere qualche millennio fa.

Immense foreste di querce, olmi e faggi ammantavano i pendii in un silenzio rotto soltanto dallo scroscio di corsi d'acqua perenni e dal verso di infinite specie di animali ora estinti; mentre all'orizzonte terso doveva costantemente profilarsi un'azzurra striscia di mare.

Nulla di preciso si conosce al presente sui primi abitatori di queste contrade. E' solo lecito supporre, sulla base di scarse tracce, che i primi abitatori del Montefeltro fossero gli oscuri Umbro/Sabelli. Tracce etrusche non sono state finora rinvenute, mentre al limite del territorio, verso la pianura un notevole insediamento Villanoviano è venuto alla luce ai piedi della rupe di Verucchio (Rimini). In ogni caso, ai primitivi abitatori della zona, il monte di San Leo, per la sua peculiare formazione, ricco di acque sorgive, di boschi e di prati, cinta da rupi strapiombanti, dovette apparire sacro di per sé; luogo ideale di incontro con le Divinità che lassù, nella logica del tempo, dovevano dimorare. L'esistenza di un tempio dedicato ad una Ninfa in prossimità di una sorgente, è documentato da una lapide del 147 d.C. rinvenuta nel XVII secolo e ora smarrita, dove si faceva menzione di restauri al Teatro del luogo, al "Balneum" e al Tempio della dea Fonta "ad aquas", come ci riferisce nel '700 il maggior storico locale Gianbattista Marini.

Un altro Tempio viene tramandato dalla tradizione: è quello più noto di Giove Feretrio, sulle cui rovine sarebbe sorto il Duomo.

Ad un terzo Tempio accenna sempre il Marini quando descrive nelle sue memorie gli antichi resti lapidei, visibili ai suoi tempi tra le rovine dell'antica Chiesa di San Martino, sull'altura, ora spianata artificialmente, chiamata tutt’oggi il "Monte" o "Belvedere".

Sono quattro le vette del masso di San Leo; e se c'erano templi sulle tre alture descritte è impossibile non ce ne fosse uno sulla cima più elevata, dove si erge il Forte.

Nella stessa località in cui è stato costruito il convento francescano di Sant'lgne sono stati rinvenuti, agli inizi di questo secolo, oggetti di culto pagano e rocchi di colonne romane.

Un luogo sacro era dunque il Masso di San Leo, e in virtù di questa sacralità venerato, frequentato, abitato, ed importante già nell'antichità precristiana.

L'arrivo del Santo Leone nel IV secolo

E tale dovette trovarlo lo scalpellino Dalmata Leo quando, nei primi decenni del IV secolo, secondo la tradizione, lasciati i lavori forzati al porto di Rimini in forza dell'editto di Costantino, col compagno Marino si inoltrò fra questi monti per diffondervi il Vangelo. Non i fiorenti e comodi pagi del fondovalle scelse il Santo per il suo apostolato, ma questo monte sacro dove quelle genti convenivano per incontrare le divinità ed essere confermati nelle loro credenze.

A parte ciò che la voce popolare ci tramanda, nulla sappiamo del Santo se non quanto è scolpito sul suo sarcofago posto nella Cattedrale: documento importantissimo, l'unico che attesti in modo irrefragabile la sua esistenza nel IV- V secolo.

Dal contenuto di quella epigrafe, che ha il sapore di un testamento spirituale, traspare un uomo mite e ardente di fede attaccato alla sua gente di elezione, a quei pagani da Lui rigenerati nella fede e di cui si sente a buon diritto Padre al punto da applicare a sé il versetto del Salmo 121: "questo è il mio riposo per l'eternità; qui abiterò perché ho eletto questo luogo a mia dimora"; stupenda assimilazione di questo monte all’”altura stupenda” di Sion scelta dal Signore per Sua dimora tra il Suo popolo Israele. L'evangelizzazione operata da Leo deve essere stata aliena da infuocate prese di posizione e furie iconoclaste. Laboriosità e carità devono aver fatto presa nell'animo di quella gente; e i contenuti del Cristianesimo devono essere subentrati senza scosse nelle forme esterne del paganesimo al punto da rendere le vasche per abluzioni spirituali fonti battesimali, e i templi case di preghiera. Sta di fatto che il Santo si spense serenamente sul suo monte e fra la sua gente alla venerabile età di novant'anni.

Attraverso il Medioevo e il Rinascimento fino ai nostri giorni

L'irrompere nella Padania delle popolazioni barbare germaniche ed asiatiche, in primo luogo degli Eruli e poi degli Ostrogoti, causò l'abbandono delle pianure e delle valli con conseguente insediamento delle popolazioni nelle zone più protette e più impervie, dove migliori erano le possibilità di difesa.

Alla caduta dell'Impero Romano si assistette ad un vero e proprio trasferimento in massa dalla pianura alle alture appenniniche e soprattutto pre-appenniniche.

In questi frangenti cambiò il ruolo del Monte di San Leo, così peculiarmente munito dalla natura, senza peraltro diminuire di importanza: da luogo Sacro per eccellenza divenne luogo di difesa di prim’ordine.

La sua cinta di rupi inaccessibili, le sue sorgenti, i suoi boschi i suoi orti, ne facevano un luogo ambitissimo. Tale rimarrà per tutto il Medioevo e il Rinascimento.

Conteso da Goti e Bizantini nella prima metà del sesto secolo, passò poi ai Longobardi che però dovettero lasciare Montefeltro (San Leo) agli Esarchi di Ravenna che ne furono dominatori per tutto il VII secolo. ­

Verso la metà dell'VIII secolo il masso di San Leo venne dotato di un primo fortilizio in muratura da Desiderio, ultimo Re dei Longobardi.

Intanto i Franchi imponevano il loro dominio in gran parte dell'Italia, fino alla restaurazione dell'Impero Romano d'Occidente con Carlo Magno, che inglobò di fatto i territori della Chiesa pur riconoscendo l'autorità pontificia.

Dal 755 alla metà del X secolo si ha dunque su San Leo un prevalente dominio della Chiesa, avvallato dall'Imperatore, o un dominio diretto di quest'ultimo gestito da suoi rappresentanti, quali il Duca Orso, la cui signoria viene celebrata dalle iscrizioni riportate sul ciborio della Pieve.

Già da qualche secolo era stata creata la Diocesi di Montefeltro (San Leo) e, con l'insediamento di un Vescovo, il borgo era assurto al rango di Città.

Dal 962 al 964 il Re del Regno Italico Berengario Il, in fuga da Pavia,viene assediato in San Leo dall'Imperatore Ottone I di Germania, assedio che si conclude dopo due anni solo per fame, come tramandato dallo storico Liutprando.

Dopo aver conosciuto il massimo splendore in tutta la sua storia come Capitale di un Regno per ben due anni, San Leo attraversa un periodo scarsamente documentato sottomessa agli Arcivescovi di Ravenna.

Emerge intanto nella zona la famiglia comitale dei Carpegna, mentre intorno al 1160 un membro di questa famiglia, Antonio da Montecopiolo, riceve da Federico Barbarossa la Contea di Montefeltro (San Leo) quale premio per aver sedato un tumulto popolare a Roma durante l'incoronazione imperiale.

Hanno così origine i Conti di Montefeltro, un secolo più tardi Signori di Urbino, che tanta parte avranno nella storia locale e nello sviluppo della civiltà rinascimentale, principalmente ad opera del grande mecenate Federico da Montefeltro.

Dal XII al XVI secolo sono quindi i Montefeltro, prima Conti poi Duchi, e nel XVII secolo i Della Rovere, a quelli succeduti per estinzione della famiglia, i prevalenti dominatori di San Leo e della Contea Feretrana. Questa Signoria è comunque discontinua e tormentata per i contrasti e le ambizioni degli Imperatori, dei Papi, dei Medici di Firenze e dei Malatesta di Rimini, che si contendevano la munitissima Città Fortezza.

Celebre la presa di San Leo del 1502, avvenuta per il tradimento di un soldato, da parte di Cesare Borgia, figlio del Papa Alessandro VI, intenzionato a crearsi un proprio stato in Romagna sottomettendo o togliendo di mezzo i vari signorotti dello Stato Pontificio. Il Borgia verrà poi scacciato dagli abitanti stessi mediante un capolavoro di furbizia.

Ancor più celebre la presa di San Leo attuata da Lorenzino De' Medici per conto del Papa Leone X, suo zio.

La scena della presa di San Leo, epilogo di quattro mesi di assedio, è suggestivamente ed efficacemente rappresentata dal Vasari in un famoso affresco che si trova a Firenze in Palazzo Vecchio.

Nel 1566 giunse a San Leo il nuovo vescovo di Montefeltro Mons. Giovanni Francesco Sormani, già vicario generale e collaboratore di San Carlo Borromeo. Restaurata la Cattedrale e ricavata la residenza nel cosiddetto Palazzo (oggi denominato Palazzo Mediceo), il Sormani diede inizio ai lavori per l'istituzione del seminario secondo i decreti del Concilio di Trento. Ma il duca Guidobaldo d'Urbino, a quel tempo minacciato dai Medici di Firenze, gelosissimo di San Leo, che considerava il punto nevralgico del Ducato, mal vedendo, nel fervore della riorganizzazione del centro della diocesi, l'andirivieni di ecclesiastici fra i quali potevano nascondersi delle spie, così intimò a Mons. Sormani: "Nolo seminarium nec canonicorum residentiam in dicta civitate, sed in terra Pinnae Billorum eiusdem diocesis".

Così nel 1572 Papa Gregorio XIII, accondiscendendo all'imposizione del duca Guidobaldo, con la bolla "Aequum reputamus", concesse i diritti e i privilegi dell'antica Cattedrale di San Leo anche alla Collegiata di Pennabilli.

La bolla stabilì che la Cattedrale di San Leo e la Collegiata di Pennabilli coi rispettivi Capitoli non fossero più due organismi separati ma costituissero insieme per l'avvenire l'unica Chiesa cattedrale feretrana. Si tratta evidentemente di una soluzione atipica: una sola cattedrale in due sedi, o meglio, due chiese che fruiscono dell'unica cattedralità (qui non si può parlare di concattedrali). D'altra parte è una soluzione concepita da un papa come San Pio V e sottoscritta da Gregorio XIII. C'è una bolla papale che non si discute, che rende normale anche ciò che é fuori dalla consuetudine.

E' proprio in virtù di questa realtà canonico-giuridica e del valore storico-artistico e di segno di fede che esprime, che la Cattedrale di San Leo, senza alcun dubbio il più importante bene culturale del Montefeltro, resterà oltre che un "unicum" architettonico un "unicum" canonico.

Nel 1631, estintasi la linea maschile dei Della Rovere duchi d'Urbino, il ducato passò di diritto alla Santa Sede, sotto il cui dominio rimase fino al 1860, salvo la parentesi napoleonica (1797-1814).

Durante questi due secoli la maestosa Rocca di San Leo, capolavoro di ingegneria militare, si vide progressivamente degradata alla ingloriosa funzione di carcere. Nelle sue celle languirono, soprattutto al tempo dei moti rivoluzionari di Romagna, centinaia di patrioti. Ma anche molti reclusi comuni respirarono il lezzo delle celle di punizione sotterranee, invase dalle acque di una cisterna attigua.

Fra i più illustri prigionieri sono da ricordare Felice Orsini, più tardi attentatore a Serajevo di Napoleone III, Aurelio Saffi, Quadrumviro della Repubblica Romana nel 1849 ed Alessandro Serpieri di Rimini.

Ma il recluso di gran lunga più noto, al cui nome fa ormai da sfondo inseparabile la Fortezza di San Leo, è il Conte di Cagliostro, pseudonimo di Giuseppe Balsamo da Palermo, di cui si tratterà diffusamente nelle descrizione della Rocca. Dal 1861 al 1906 la Rocca di San Leo divenne un carcere dello Stato Italiano.

In seguito sarà poi caserma di una compagnia militare di disciplina fino al 1915.

Itinerario per il visitatore

Per godere appieno delle bellezze di San Leo é bene disporre dell'intera giornata.

AI visitatore frettoloso la Cittadina può offrire soltanto immagini avulse dal contesto umano e culturale entro cui prendono vita e significato.

La realtà di San Leo è profonda, esige contemplazione e riflessione. Può essere, per così dire, respirata.

Lasciati pullman o vettura ai Quattroventi, sobborgo così chiamato per il confluire lì di quattro strade, si presenta subito l'imponente rupe incoronata dalla Rocca a precipizio sulla campagna circostante.

Davanti a questa parete invalicabile si rivive lo stupore che fece esclamare a Dante: “Vassi in San Leo ... ma qui convien ch'uom voli” (IV canto del Purgatorio).

La strada che porta al centro (400 metri), l'unica, prima scende poi scavalca con un viadotto una zona resa franosa dalle sorgenti del Masso.

Ci si inoltra quindi tra le rocce con la sensazione di addentrarsi in un luogo fosco e selvaggio, tutto cinto da rupi e fortificazioni.

Accentua questa severità, dopo la prima curva, un muraglione merlato che fa corpo con la Porta della Città.

Passato l'Arco, ecco invece uno scenario inaspettato: una fuga di case, come quinte di un palcoscenico, strette Ie une alle altre, rivestite di intonaci rosati, allineate su una strada lastricata a spina di pesce che accentua la dimensione prospettica e dà a questa viuzza la maestosità di un corso; . mentre la scena tutta è nobilitata dalla signorile facciata del Palazzo Municipale (Palazzo della Rovere - sec. XVI) che fa da sfondo.

Si respira subito un'atmosfera calda e accogliente. Botteghe, Caffè, androni si susseguono a breve distanza.

Percorsa la Contrada Montefeltro ci si presenta la Piazza, il salotto della Cittadina, dalla forma trapezoidale, sul cui fondo spiccano la superba abside della Pieve pre-romanica, l'Olmo sotto cui predicò San Francesco l'8 Maggio del 1213, il Palazzo Mediceo e la fontana ottocentesca. Maestosi portali, lapidi commemorative e stemmi in pietra ornano i semplici Palazzi gentilizi conferendo una nota di nobiltà a questo spazio armonioso.

Alla Fontana è bene sostare un po'. Essa è il baricentro di San Leo. Di lì, con un solo colpo d'occhio, si coglie praticamente tutto il Paese, almeno nei suoi aspetti più notevoli: la Rocca ci appare lassù, imponente e solenne come un altare d'altri tempi; la Pieve e il Duomo, che solo un prato sassoso separa, ostentano nella consunzione delle loro pietre la lotta millenaria col tempo; mentre i piccioni che svolazzano per dissetarsi allo zampillo della Fontana contendono alle cornacchie gli accoglienti pertugi della Torre Campanaria.

La Pieve

Il primo monumento da visitare, per procedere in senso cronologico, è la Pieve. Essa è il più antico edificio in muratura e la culla della fede cristiana nella regione. Spicca all'esterno la corposa parte absidale scandita da lesene e archetti pensili, ingentilita, nell'apparato murario di arenaria da mattoni rossi inseriti qua e là e in particolare fregianti le piccole finestre.

La Pieve, come tutte le chiese più antiche è orientata, cioè posta con l'asse longitudinale, in direzione Ovest-Est, in omaggio alla consuetudine medievale di pregare rivolti verso l'oriente da dov’era venuta la luce del Vangelo.

Gli ingressi sono solo laterali: due porte asimmetriche cui dà risalto un eguale coronamento costituito da due piccoli archi ciechi poggianti su un listello, con colonnina esagonale e capitello, identici, seppure in dimensioni ridotte, a quelli del baldacchino dell' altare.

L'impressione che si riceve entrando nella Pieve è di una trasposizione suggestiva quanto inaspettata in una realtà lontana.

E' la penetrazione magica nel vivo di una pagina di storia. Non tanto dalle vecchie pietre impolverate dai secoli viene lo stupore, quanto da una certa atmosfera serbatasi intatta fra quelle mura, ferma nel tempo.

Ci si ponga in fondo alla navata, nella zona più in ombra. La Pieve non vuole essere studiata ma contemplata. Invano cercheremmo i fregi, i simboli, le forme curiose, la trama di complicate architetture. Davanti a noi si dispiega, composto e solenne, il cammino della doppia fila di archi che sembrano incontrarsi in un punto invisibile, polarizzando l'attenzione sull'altare su cui converge tutta l'architettura.

Le stesse pietre, quasi muniate e disposte a filari orizzontali nelle piattemurature, danno questa sensazione di movimento verso l'abside, l'unica zona illuminata e imponente, dove la penombra si stempera in luce, dove intorno al ciborio la grezza arenaria diventa marmo, l'austerità diventa leggiadria. L'atmosfera mistica e meditativa che qui si respira impone un devoto raccoglimento. Non occorrono parole o gesti: le pietre stesse coinvolgono in questo clima religioso.

La penombra solenne dell'interno sembra tutta animata dal riverbero sommesso di preghiere millenarie.

L'interno si presenta spoglio e disadorno.

La suppellettile è stata ridotta al minimo essenziale per fare risaltare l'armonia della semplice ed equilibrata architettura. In fondo alla navata laterale di sinistra è esposta un'immagine dell'Assunta, titolare della chiesa e della parrocchia dipinta nel secolo scorso da un ergastolano del Forte. A destra dell'Altare, spicca un bel Crocifisso del tardo Cinquecento. Domina l'interno, dall'alto presbiterio, il ciborio o tabernacolo di Orso "Duca peccatore". Esso si presenta come la parte più preziosa del monumento.

La scritta in latino incisa sulle quattro arcore costituisce un documento storico molto importante. Essa ci fornisce dei nomi e una data: “AD HONORE DOMINI NOSTRI IHESU XPISTI ET SANCTE DEI IENETRICIS SEMPERQUE VIRGINIS MARIE ECO QUIDEM URSUS PECCATOR DUX FIERI IUSSI ROGO VOS OMNES QUI HUNC LEGITIS ORATE PRO ME TEMPORIBUS DOMNO IOHANNIS PAPE ET KAROLI TERTIO IMPERATORIS INDICTIONES XV”. Cioè: “Ad onore del Signore nostro Gesù Cristo e della Santa Madre di Dio e sempre Vergine Maria, io, Orso, Duca, peccatore, feci fare. Prego tutti voi che leggete, di pregare per me. AI tempo di Papa Giovanni VIII e dell'Imperatore Carlo III - Indizione XV”. Questo Duca Orso appare in un altro documento coevo, il “Placito Feretrano”, il più antico documento della Repubblica di San Marino. Considerando l'epoca in cui Giovanni VIII e Carlo III, successore di Carlo Magno hanno regnato, si può fissare all’anno 881 la costruzione di tale opera e quindi della Pieve, almeno di quella che vediamo oggi, in quanto il ciborio sovrastante l'altare, nel medioevo, era parte integrante dell'altare. Riprendendo in esame il ciborio della Pieve, notiamo che le quattro colonnine di marmo levigato sostengono rari capitelli riccamente scolpiti dalla fantasia ornamentale barbarica, riecheggianti, in una specie di arabesco, motivi floreali classici e cristiani.

L'antichissima dedicazione della Pieve alla Madonna (Maria Assunta) si potrebbe ricollegare al culto della dea Fonta del cui tempio è documentata l'esistenza nel secondo secolo d.C..

Rocchi di colonne e capitelli corinzi impiegati nella attuale chiesa potrebbero provenire dal menzionato tempio pagano.

In fondo alla chiesa, dalla parte della facciata, si può vedere un ambiente semi sotterraneo chiamato sacello di San Leo, con pavimento e pareti a Nord scavati nella roccia e con altorilievi paleocristiani o altomedievali nella strombatura della finestra. Questo ambiente, variamente trasformato nel tempo, avrebbe potuto essere, a detta di studiosi, la vasca per le abluzioni rituali situata davanti al tempio della dea e, più tardi, la vasca battesimale dei primi proseliti del Santo.

In misura maggiore del vicino Duomo.

La Pieve ha subito nel tempo l'oltraggio degli adattamenti.

Senza voler trattare qui della primitiva chiesa altomedievale, forse tardo-imperiale (V-VI secolo), di cui non restano forse che le colonne e i capitelli, un pulvino con croci e le pietre scolpite del sacello, è possibile invece individuare, per l'abbondanza degli elementi, la Pieve preromanica (IX secolo), con le relative sistemazioni dell’ XI secolo. Siamo in un periodo di grande decadenza. Orde di barbari da secoli scorrazzano per l'Italia portando ovunque distruzione e miseria.

Non si sapeva più estrarre il ferro dalle miniere e in molte regioni non si sapeva più fabbricare i mattoni. Le popolazioni avevano ormai abbandonato le vallate per rifugiarsi in cima alle alture più scoscese e sicure, in borghi di capanne cinti da mura, protetti dal signore vassallo chiuso nella sua torre. Questo doveva anche essere l'aspetto di San Leo negli ultimi secoli del primo millennio.

La cultura si è rifugiata nei monasteri, e tutto lo scibile assume un'impronta religiosa.

Ma il mondo romano, pur svilito ed esautorato, è lì, coi suoi monumenti cadenti ma imponenti. In qualche luogo prendono timidamente vita corporazioni di costruttori laici che a quelle forme intendono ispirarsi, perché quelle rovine mute riassumono l'anelito alla civiltà, all'organizzazione del vivere civile, alla grandezza, alla pace, tutti valori che non sono più ma che in qualche modo si tende resuscitare e che l'organizzazione politica carolingia sta per fare propri. Altri modelli non esistono,e il presente non offre che grossolanità e paura.

Tra queste corporazioni emerge quella dei Maestri Comacini, cosiddetti per la loro provenienza dalla zona del Lago di Como.

La loro architettura dimostra un aggancio evidente con quella romana nello schema costruttivo (pianta basilicale) e nella valentìa di esecuzione, ma un impoverimento di inventiva e un influsso ineludibile delle arti o pseudo-arti contemporanee o immediatamente precedenti come la bizantina e la germanica.

“Il senso classico dello spazio, della luce e della forma si perdette, e subentrarono un gusto di effetti pittoreschi, una passione per i contrasti violenti di luce ed ombra, una ricerca di sensazioni misteriose ... in contrasto con la luminosa chiarezza degli edifici” (Verzone).

In questo contesto storico-sociale-religioso si inserisce la Pieve preromanica e carolingia: preromanica perché il romanico maturo lo avremo dopo il Mille; carolingia perché nasce nel tempo di Carlo Magno e dei suoi discendenti, in cui si attua la fusione fra l'elemento romano e germanico.

La pianta della chiesa ripete la struttura basilicale romana, ripartita in tre navate, separate da archi con semplici pilastri quadrati e colonne di marmo e granito sormontate da capitelli smussati. Colonne e capitelli sono,di epoca tardo romana tranne i due di pietra bianca. Un elemento tipicamente bizantino, il pulvino, lo vediamo inserito tra due colonne e i rispettivi archi nella zona prospiciente l'ingresso. Il tetto è a capriate di legno scuro con quattro spioventi. La luce penetra unicamente dalle strettissime monofore delle absidi e dalla bifora in fondo alla navata centrale. E' un interno dunque suggestivamente immerso nella penombra, rotta soltanto all'alba e al tramonto dai raggi orizzontali che tagliano violentemente la navata. Ricostruiti sono il rialzo del presbiterio con scala centrale e plutei e, conseguentemente, la volta della cripta.

La Cattedrale di San Leone

Lasciata la Pieve ci incamminiamo verso il Duomo che dista da questa solo poche decine di metri.

Percorriamo un antico selciato sconnesso che si perde nel verde del prato, delimitata da frammenti di colonne classiche. Anche il Duomo, come la Pieve, ha soltanto ingressi laterali, e, come quella, è disposto verso oriente. Esso si presenta come un edificio di notevoli dimensioni, almeno in rapporto all'entità del centro abitato che lo contiene. La sua complessa costruzione deve essere il risultato di parecchi interventi succedutisi dal IX al XII secolo.

I primi accenni del gotico, chiaramente espressi negli archi ogivali, si armonizzano mirabilmente con le possenti strutture romaniche dell'insieme.

La data 1173, incisa tra due testine ovoidali su un pilastro della navata centrale, dovrebbe riferirsi ad una ristrutturazione dell'edificio anziché alla data di costruzione come vuole la tradizione locale. L'imponente presbiterio sopraelevato costituiva uri ambiente pressoché separato e riservato al solo clero, mentre le capienti navate accoglievano, nella loro penombra la totalità della popolazione per le assemblee liturgiche e forse anche per convocazioni di carattere civile.

Nella cripta i pellegrini sfilavano in ginocchio davanti alle reliquie del Santo Leo. La pietra arenaria usata nella costruzione, ad eccezione delle volte, ha assunta un tono grigio-ferro, nell'interno della chiesa, mentre risulta di un bel colore giallo-oro all'esterno, particolarmente suggestivo nel contrasto con la vegetazione circostante.

Anticamente il Duomo non era un edificio isolato. Affiancati ad essa sorgevano infatti il Palazzo Vescovile e la sede dei Canonici, nonché foresterie, ospedale, sacrestia e certamente il battistero.

Per diversi secoli l'insieme di questi edifici, dalla Torre alla Pieve costituì il quartiere, o complesso cattedrale, une specie di cittadella religiosa probabilmente fortificata chiamata il Vescovado.

Con la ristrutturazione post-tridentina (secolo XVI) che investì gran parte del Duomo-Cattedrale nell'intento di adeguarlo ai nuovi concetti liturgici, il pavimento fu ridotto ad un piano unico, mentre originariamente esso era disposto su piani a quote diverse.

AI periodo post-tridentino (secolo XVI) risalgono pure la balaustra che cinge il presbiterio e lo scalone di tipo urbinate che si accoppiava ad un altro sulla destra del transetto, inspiegabilmente demolito nel 1925.

Il visitatore più accorto nota subito curiosi elementi di asimmetria nel contesto architettonico: finestre su una fiancata senza corrispondenze nella parete opposta, archi acuti di differente altezza, archi ciechi

di diversa dimensione o mancati, porte asimmetriche. Lo stesso ingresso principale si trova su una fiancata anziché sulla facciata, la quale, posta su un ripido pendio roccioso, non presenta la minima traccia di portale. Molto importante è la decorazione scultorea a bassorilievo di carattere simbolico che riveste ogni pilastro e colonna a livello del capitello.

Si tratta di animali facenti parte del cosiddetto bestiario cristiano, simboleggianti generalmente i vizi e le virtù. Si notano pure il classico pesce, simbolo di Cristo, varie stilizzazioni del biblico Albero della Vita, come pure figure di uomini e di donne esaltanti l'attività umana. Emergono fra le altre, per dimensioni e collocazione particolare, telamoni e cariatidi (figura di uomo e di donna) che si contrappongono simmetricamente nel centro della navata e del presbiterio.

La loro espressione patetica, schiacciati dal peso della semi-colonna sovrastante, significante forse il peso dell'esistenza su questa terra, doveva “comunicare ai fedeli la dottrina ascetica della fugacità della vita umana e della conseguente necessità della lotta contro il male cui dà conforto la fede nella Redenzione” (D'Ancona). L'utilizzo di rocchi di colonne romane di marmo, di cui quattro, con magnifici capitelli corinzi, si alternano ai pilastri nelle navate e nel presbiterio, testimonia della venerazione della classicità cui i maestri costruttori del tempo, forse Comacini, intendevano ispirarsi­. Questi frammenti più antichi, inseriti senza un ordine preciso nelle due chiese, testimoniano l'esistenza in loco di edifici di epoca romana.

Duomo e Campanile, come quasi tutti gli edifici di San Leo, sono privi di fondamenta, poggiando direttamente sulla roccia viva. Nella roccia sono scavate pure le due scalette che conducono alla cripta. Le numerose finestre, monofore e bifore, di cui la maggior parte con strombatura, danno luogo al vigoroso contrasto di ombre e luci che fa risaltare le masse. Particolarmente affascinante, in questa chiesa dall’acustica perfetta, risulta il suono dell'organo che riempie dell'alto le navate con i suoi timbri pastosi e brillanti.

AI visitatore che voglia fare attentamente il giro della chiesa per osservare i particolari più interessanti, le opere d'arte, le suppellettili, indichiamo un itinerario che dall'ingresso, attraverso le navate, il presbiterio e la cripta lo riporta all'esterno. Iniziamo dalla porta d'ingresso sul cui esterno, in alto, sono inseriti due piccoli semibusti di cui uno acefalo. Quello di sinistra raffigura San Leo, titolare del Duomo, quello di destra forse il Vescovo Valfrerus che fece costruire o ricostruire il tempio (per alcuni è San Valentino).

La data sulla porta d'ingresso si riferisce ad un restauro ottocentesco finanziato da Pio IX. Entrando, se ci si porta in fondo alla navata di destra, guardando verso l’altare si ha la migliore visuale della complessità della costruzione tutta giocata sulle volte e sulle fughe di archi.

Dal fondo della navata centrale si riceve, invece, un'impressione di maggiore solennità e staticità. Da notare come in questa zona il pavimento sia disseminato di coperchi di tombe dentro cui riposano i membri delle antiche famiglie gentilizie del luogo. Il grande Crocifisso che pende dall'alto del presbiterio è stato donato alla Cattedrale dal Conte Montefeltrano di Montefeltro nel 1205. In origine esso era issato sul suo carroccio (siamo al tempo dei Comuni). Il corpo del Cristo è stato più volte ridipinto nei secoli; le figurine laterali sono invece originali. Riveste ancora, comunque, un grande valore storico-religioso per gli abitanti che non saprebbero concepire l'interno del loro Duomo sottratto a quell’abbraccio dall'alto del Cristo dolorante. Spostandosi dal centro alla navata di sinistra è visibile una porta murata che dava accesso al Palazzo episcopale.

Avviandosi verso lo scalone del presbiterio, colpisce sulla destra il basamento di una colonna classica, consistente in leoni alati parzialmente scalpellati, sormontati da una Vasca capovolta. Si tratta di elementi decorativi del primitivo Duomo (protiro o fonte battesimale) reimpiegati nella costruzione successiva.

Procedendo nel giro della chiesa, si può salire al presbiterio. Prima della ristrutturazione cinquecentesca dell'interno si saliva probabilmente nel presbiterio mediante due scale laterali più strette e più ripide. Ci è dato supporre sulla base di tracce nella parete di destra: plutei, transenne e addirittura un'iconostasi, al posto della balaustra, dovevano segnare una separazione ben più marcata tra presbiterio e aula dei fedeli. L'altare poi doveva essere più piccolo e sormontato dal ciborio come si vede nella vicina Pieve. Ciò è confermato anche da frammenti di un ciborio del IX secolo ora esposti nel vicino Museo d'Arte Sacra, rinvenuti all'interno del Duomo stesso alcuni anni fa.

Tornando al presbiterio noteremo che un rilievo tutto particolare è dato a questa parte della chiesa dai due stupendi capitelli corinzi sostenuti da rocchi di colonna di marmo venato di epoca romana.

La porta circa a metà scala, normalmente chiusa, doveva immettere nel Palazzo Vescovile. A sinistra del presbiterio si trova la sagrestia, in forma di cappella con altare, contenente un notevole arredamento del '700.

Scesi nella cripta, rischiarata da piccolissime finestre con doppia strombatura, ci troviamo in un ambiente carico di misticismo. Archi a sesto pieno e volte a crociera, colonne e pilastri crociformi alternati ripetono l'architettura dinamica e massiccia della chiesa sovrastante ma con una maggiore unità stilistica.

Nell'insieme la cripta si presenta più omogenea nelle strutture romaniche, e questo è uno degli elementi che fanno risultare questa parte come la più antica dell'edificio.

Un altro elemento è quello della dedicazione: stranamente essa è dedicata a San Pietro. La dedicazione a questo santo così comune tra le chiese più antiche della zona, fa supporre che questa cripta sia la ristrutturazione di quanto rimaneva di una chiesa più antica, forse abbaziale, dedicata al Principe degli Apostoli.

Per gli anziani del luogo, dire “andiamo in San Pietro” equivale a dire “andiamo nella cripta del Duomo”.

Sotto il pavimento sono allineate le sepolture delle principali famiglie della Città, particolarmente dei Conti Nardini. Sull'altare è stata collocata una reliquia di San Leo donata nel 1953 dalla comunità di Voghenza (Ferrara) che custodisce in un santuario le ossa del Santo Leone dal 1016. In fondo alla cripta, in una specie di grande nicchia, è collocato in via provvisoria il coperchio del sarcofago di San Leo risalente al V secolo. E' un tipico sarcofago romano a due spioventi con acroteri agli angoli.

L'iscrizione sullo spiovente anteriore dice: “SANCTUS LEO PRESB. HIC PEREGRINUS DUM VIXI HOC AMAVIHOC DIXI HOC SCRIBSI OMNES DICAMUS DEO GRATIAS SEMPER DEO GRATIA SEMPER DEO GRATIAS SEMPER HAEC REQUIES MEA IN SAECULUM SAECULI HIC HABITABO QUONIAM PREELEGI EAM ORATE ORATE DNM SEMPER ORATE DNM SEMPER”

Cioè:

“San Leo prete qui pellegrino Mentre vissi questo amai questo dissi questo scrissi Tutti ringraziamo sempre il Signore RingraziamoLo sempre ringraziamoLo Questo è il mio riposo per l'Eternità Qui abiterò perché l'ho eletto (questo luogo) Pregate Pregate sempre il Signore pregate sempre il Signore”.

L'autenticità di tale epigrafe è stata garantita anche recentemente da studiosi di chiara fama. E' questo l'unico e prezioso documento storico che certifica l'esistenza di un santo di nome Leo proprio nell'epoca in cui la tradizione popolare lo colloca.

Prima di uscire dalla cripta, abbracciamo ancora con lo sguardo l'insieme armonico ed elegante dell'ambiente soffermandoci su alcuni particolari.

In primo luogo noteremo che un arco cieco della parete opposta all'altare contiene, a livello del capitello, una testa scolpita nella roccia viva, probabile ornamento di una costruzione precedente rimasto inserito nella cripta attuale. Provvisoriamente adagiati sul pavimento e contro, la parete sano visibili frammenti di un ciborio del IX secolo con l'iscrizione appena leggibile riferentesi ad un santo confessore (San Leo ?). Sulla stessa parete desta un certo interesse per lo stile settecentesco, come testimonianza di un'epoca, un'epigrafe sepolcrale contenuta in una lastra di scagliola.

I capitelli con figurine simboliche e fregi vari nella cripta, essendo a livello della persona, sono più leggibili e se ne può quindi apprezzare più facilmente la squisita fattura. Le colonnine in marmo e granito che delimitano lo spazio dell'altare, sono coronate da interessanti capitelli di diversa forma e ornato.

Immurate a sinistra dell'altare si possono vedere due pietre istoriate con figure curiose: forse lavoratori all'opera, che rientrano nella simbologia medievale di cui si è parlato precedentemente, oppure due segni zodiacali, i Gemelli e l'Acquario, provenienti gai fregio di un portale distrutto.

Risalita la scala tagliata nella roccia, ci troviamo nel transetto del Duomo, le cui strutture, di qui particolarmente, ci si presentano slanciate e maestose.

Sulla destra, affiancato da un bel fonte battesimale in pietra del '500, riportato in luce recentemente, si trova un modesto altare di legno disposto provvisoriamente per esigenze liturgiche in attesa di una sistemazione definitiva dell'area presbiteriale. Da notare la disposizione curiosa delle finestre in questa parte della chiesa (transetto o braccio trasversale): nella parte nord, al centro, una grande finestra ad arco senza strombature che permette la vista del Campanile: questa era probabilmente la porta della cantoria un tempo collocata su mensole ancora visibili nella muratura. Nel braccio sud vediamo, al centro, una bifora con doppia colonnina; più in basso, a destra, asimmetrica, una monofora alta e stretta.

Ripercorrendo la navata verso l'uscita è notevole una graziosa acquasantiera costituita da pezzi di natura ed epoca diverse.

A questo punto però, prima di uscire dal Duomo e girarvi intorno per vedere il Campanile, è bene sostare un po' in silenzio, se il tempo non spinge.

Seduti nella navata ripercorriamo con gli occhi il movimentato intreccio di archi e volte. Può accadere che il suono dell'organo riempia le navate rendendo vibrante ogni pietra: tutto l'edificio, dall’ acustica eccezionale, sembra allora diventare sonoro.

E se vogliamo intendere il significato primitivo di questa costruzione, risaliamo con la mente all'epoca dei Comuni, cioè all'epoca del risveglio economico, culturale e politico dei primi secoli di questo millennio: ogni Città, grande o piccola, assurta ad una propria autonomia, dopo un letargo di secoli, esprime questa sua realtà attraverso l'imponenza di una Cattedrale che vuole maestosa, ardita, in posizione prominente, punto di riferimento di tutta una zona.

Tale edificio diviene così simbolo della potenza della Città e insieme estrinsecazione nella pietra di una fede religiosa che informa e ispira tutto il vivere civile.

San Leo, centro piccolo ma importante, cinto dalle rupi del monte Feretrio, con i suoi conti e i suoi vescovi, è una di queste Città, e il Duomo ne è il cuore.

La Torre Civica fortificata

Lasciato il Duomo è consigliabile prendere conoscenza del Campanile.

Questo importante monumento, che completa il contesto del Duomo, anche se forse non fu concepito come parte integrante di quest’ultimo edificio, consiste in una torre quadrata alta circa trenta metri e larga otto. Una mole quindi notevole, realizzata tutta in pietra arenaria squadrata come il Duomo. Le pareti sono piatte ma ravvivate da pietre bianche e rosa, alcune con fregio, nonché da mattoni rossi inseriti qua e là in funzione forse soltanto decorativa. Diverse monofore strettissime, quasi feritoie, con strombatura all'interno, illuminano la scala. Questa corre nell'intercapedine tra la torre quadrata e la struttura circolare contenuta all'interno. Recentemente uno studioso ha sottoposto ad un'analisi accurata l'edificio formulando un'interessante e suggestiva ipotesi secondo cui la parte circolare interna sarebbe la primitiva costruzione altomedievale, una delle numerose torri rotonde che si vedono percorrendo la valle del Marecchia, sorte per ragioni militari. L'edificio, come lo vediamo oggi, ha tutti i caratteri di un fortilizio, e tale può essere stato per un certo tempo al pari di altre torri e costruzioni dislocate su questo monte e ora distrutte, che costituivano il tessuto del sistema difensivo urbano facente capo alla Rocca. L'ubicazione particolare, in vetta al monte della Guardia, una delle due sommità del Monte di San Leo (sull'altra sorge la Rocca), rafforza quest’idea. Delle quattro campane la minore, con la caratteristica forma oblunga comune alle campane medievali, porta la data 1340. La maggiore è datata 1530.

A queste, nel 1973, a suggello delle feste centenarie del Duomo, se ne è aggiunta una terza che squilla ogni sera all'ora dell' Angelus, per desiderio di un vecchio leontino, ora defunto, che ne ha fatto dono. Al vespro del sabato e al mezzogiorno della domenica le campane suonano a distesa, e il loro suono viene udito distintamente in tutta la zona circostante. L'ultima campana, di pregevolissima fattura e di splendido suono, è stata installata dal Comune in occasione delle celebrazioni del Giubileo dell'anno 2000.

Si dice, ma non esiste documentazione, che questo campanile accogliesse in passato numerose campane, e che queste furono fuse da Napoleone per farne cannoni.

Ne farebbero fede i nove fori per le corde.

 

L'Ara Sacrificale
Un Iuogo di culto pagano

Fra la Torre e il Duomo si può vedere, scavata nella roccia, una grande vasca quadrangolare con un'apertura in basso. Attiguo a questa, ad un livello superiore, si direbbe tagliato nella roccia per un uso particolare, vi è un pianoro inclinato con due canalini che convergono scendendo verso la vasca stessa. L'ubicazione e i dettagli (pianoro con canalini, fori nella roccia lungo i quattro Iati che suggeriscono la presenza di idoli disposti tutt'attorno) nonché la somiglianza con altre cavità artificiali che si trovano su diverse alture della zona, sono elementi che fanno pensare ad un luogo di culto pagano.

Si può pensare che sul piano roccioso si uccidesse la vittima per il sacrificio e che i canalini che lo solcano convogliassero il sangue nella vasca, dove misto all'acqua, serviva per le abluzioni rituali.

AI posto della torre, cioè nel punto più alto dove uno spuntone di roccia si eleva sullo spiazzo erboso circostante, non è difficile individuare la zona dell'altare in cui la vittima doveva essere offerta in olocausto.

Che poi in periodo cristiano, come alcuni studiosi sostengono, tale vasca, nella quale si raccoglievano le acque piovane, possa essere stata usata come fonte battesimale, probabilmente inserita dentro un tempietto, è perfettamente accettabile. Purtroppo l'incendio doloso che intorno al '500 ha distrutto per buona parte l'archivio storico della città, ci costringe a supposizioni, a volte anche forzate, seppure suffragate da studi e documenti, se si vuol dare significato a ciò che si presenta chiaramente come opera dell'uomo e non come capriccio della natura.

In ogni caso è interessante notare che i "tofet" (altari per infanticidi rituali) di Cartagine, di Mozia (Sicilia), Sulcis (Sardegna) ed altri ancora presentano tutti gli elementi qui riscontrabili, all'incirca nella stessa disposizione.

La Città

Dalla spianata della Torre Campanaria con qualche cautela, si scende al viale che porta al  belvedere. Così propriamente si chiama lo spiazzo erboso che delimita il Paese a nord, con al centro il Monumento ai Caduti delle due Guerre Mondiali, sormontato da una colonna romana reperita in loco e da una scultura donata alla città dal Maestro Arnaldo Pomodoro nel 1997.

E' una vera terrazza sulla valle del Marecchia. Se l'aria è tersa si gode di un magnifico panorama che spazia dall’Appennino Toscano alla Riviera Romagnola.

La Rocca di San Leo da qui ci si offre in tutta la sua maestosità.

Tornando verso il centro, giunti al primo gruppo di case chiamate “il Monte” si prosegua alla destra del Campanile.

Si prende così conoscenza della facciata del Duomo e di un quartiere tutto vicoli e case modeste chiamato "Borgo Mozzo". Il significato di questa denominazione si è perso nei tempi. Ufficialmente oggi si chiama Borgo Orsini. E’'curioso notare come un centro così piccolo sia diviso in quartieri ben caratterizzati dove fino a qualche decennio fa, quando ancora si parlava il dialetto, persino certe inflessioni ne distinguevano gli abitanti.

Nel Borgo Mozzo risiedeva il popolo minuto che a San Leo spregiativamente veniva definito “bassa sflicita” (anche il senso di questo termine è oscuro).

Giunti in vista della Pieve si noti a destra una antica casa rustica con soggetta e, attigua a questa un'altra casetta dall'intonaco rossastro con muri spessi e finestrini da fortezza, per la cui costruzione non ci si dovette preoccupare troppo del filo a piombo. Ovunque affiora la roccia. Tra una casa e l'altra si è riusciti ad ottenere piccoli, preziosi orti con terra di riporto trattenuta da muretti a secco.

Proseguendo per il vicolo, si raggiunge un altro gruppetto di antiche abitazioni, poi, attraverso due androni, a destra e a sinistra del Palazzo Della Rovere, si torna nella centrale Piazza Dante Alighieri.

AI centro di questa, segnalato da una lapide, si trova il Palazzo Nardini, già residenza di quei Conti. L'edificio, di origine medievale e ristrutturato negli ultimi due secoli presenta valori architettonici particolari soprattutto storico-religiosi:

In una stanza del palazzo, poi trasformata in cappella, avvenne l'incontro tra Francesco d'Assisi e il Conte Orlando Cattani di Chiusi, proprietario all’ epoca del Monte della Verna. Incontro che si concluse con la donazione a San Francesco di quel monte.

Il Santo si trovò a San Leo casualmente l'8 Maggio 1213 in occasione della investitura a Cavaliere di un Conte di Montefeltro.

La presenza di tanta gente convenuta alla festa gli suggerì di prendere la parola. Il tema da trattare lo prese dal testo di una canzone profana allora in voga: “tanto è il bene che mi aspetto, che ogni pena mi è diletto”.

Il discorso fu tenuto su un muricciolo all'ombra di un olmo. La figura del Santo che predica su un muretto all'ombra dell'olmo è entrata a far parte dello stemma municipale accanto all'aquila bicipite dei Montefeltro.

La vicenda storica della visita a San Leo (allora denominata Montefeltro) è contenuta nei “Fioretti di San Francesco – Considerazione sulle stimmate”.

Nel Palazzo Nardini si noterà un sobrio interno tipico delle dimore gentilizie locali, con pavimento in cotto, ringhiere in noce, soffitti ora bianchi e un tempo dipinti con scene mitologiche.

La cappella ha un bel soffitto di legno in parte originale e un altare in legno dipinto.

In fondo alla Piazza risplende il Palazzo Mediceo (recentemente restaurato) chiamato semplicemente "il Palazzo".

Ristrutturato da Lorenzino De’Medici nel 1521 secondo i modelli toscani, come stemma e data ricordano sul portone d’ingresso, era stato da secoli la dimora dei signori del luogo. Fu poi il Palazzo Apostolico ai tempi della dominazione pontificia; rimase Palazzo Pubblico fino al tardo ‘800. Nel 1948 si rese necessario un restauro della struttura che finì per essere una ricostruzione. Andò perduto il teatro ubicato al suo interno e furono alterate in generale le proporzioni originali.

Il recentissimo intervento di consolidamento e restauro ha parzialmente restituito all'arioso edificio la bellezza e la nobiltà di un tempo. AI piano superiore è stato allestito, per iniziativa congiunta della Curia Diocesana e del Comune, il Museo di Arte Sacra per corrispondere alla necessità da tempo avvertita di esporre al pubblico con una migliore ambientazione le pregevoli opere d'arte già depositate negli interni romanici degli edifici sacri, purtroppo facilmente oggetto di furti e sfregi. La visita di tale Museo, concepito con criteri aggiornatissimi, è complementare a quella delle chiese di cui costituisce il cosiddetto “tesoro”.

Esso si compone di dipinti di pregio, suppellettili sacre, paliotti di scagliola e reperti archeologici (si rimanda per la visita allo specifico catalogo del Museo). Adiacente al Palazzo, verso la Fortezza si trovava fino al secolo scorso la Chiesetta di San Giovanni, la cui abside è possibile vedere in una stampa olandese del600.

Risalendo la Piazza lasciamo a sinistra la via Michele Rosa, in fondo alla quale, a metà di una gradinata si vede il pozzo, non più in uso, la cui vera servì ai portatori affaticati per adagiare il corpo di Cagliostro avviato alla sepoltura la sera del 26 Agosto 1795. Chiude la Piazza la ricca facciata barocca del Palazzo Della Rovere ( che ospita ora il Municipio), fu costruito intorno al 1600 dall'importante famiglia che nel 1506 succedette ai Montefeltro nella Signoria del Ducato di Urbino.

La splendida decorazione della facciata in pietra serena conferisce all'edificio una nota di pompa ed eleganza che lo distingue nettamente da tutti gli altri palazzotti gentilizi, tutti di linee semplici e tendenti al rustico. Durante la dominazione pontificia teneva qui le sue sedute il Consiglio della Provincia di Montefeltro (San Leo).

Vale la pena entrare per vedere la sala Consiliare con soffitto a vela sorretto da archetti poggianti su capitelli pensili fregiati della quercia (stemma di famiglia dei Della Rovere), arredata con stupendi mobili in stile e dominata dal grande camino in pietra. Porte, finestre e gli stessi ambienti sono delimitati da listelli di pietra arenaria che, emergenti dalle pareti chiare, danno luogo al tipico geometrismo toscano di sapore rinascimentale. Uscendo dal Palazzo Della Rovere, verso destra, a pochi metri troviamo la piccola Chiesa della Madonna di Loreto, del 1640, ristrutturata in forme neoclassiche verso la fine del secolo scorso.

Essa si trova al centro di una zona urbana edificata tre secoli fa.

E' il quartiere della “Porta di sopra” così chiamato per analogia con la “Porta di sotto” non più esistente. Va detto, a questo proposito, che anticamente la Città aveva due porte, una a Nord e una a Sud. La maggior parte del centro abitato si situava in prossimità della Porta a Nord o “di sotto” ad un più basso livello altimetrico.

Intorno al 1600 un movimento franoso di vaste proporzioni provocò il crollo di una fiancata del Monte a nord-est per un fronte di qualche centinaio di metri. Il crollo fu lento ma inarrestabile. Gli abitanti del quartiere ebbero il tempo di costruire il nuovo quartiere della “Porta di sopra” e trasferirvisi in tali frangenti. Fu fatto pubblicamente voto alla Madonna di Loreto che una chiesa sarebbe stata edificata in Suo onore nel nuovo quartiere se la calamità non avesse fatto vittime.

Morti non dovettero esserci se è vero, come è vero, che proprio al centro del quartiere della "Porta di sopra" sorge questa Chiesetta. Con essa prese piede una suggestiva tradizione ancora viva legata al culto della Madonna Di Loreto: ogni anno, spesso con la neve, nella notte fra il nove e il dieci Dicembre, si svolge la processione che celebra la traslazione della Santa Casa di Nazareth. L'interno del piccolo tempio contiene cose pregevoli: il fastoso dossale barocco dell'altare; di fianco all'altare un magnifico tabernacolo seicentesco a tre scomparti; alcuni notevoli dipinti tra cui un'Annunciazione del '500 attribuita a Timoteo Viti maestro di Raffaello; una Santa Cecilia con gli Apostoli Pietro e Paolo di buona scuola, e una Santa Rita in preghiera davanti al Crocifisso, dai dettagli delicatissimi, di Pierfrancesco Guerrieri.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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La Fonte di San Leone

Tornati in Piazza, seguendo l'indicazione, percorreremo la strada di Valsanto fino alla Fonte di San Leone.

A metà costa fra la sommità del Monte della Guardia e il dirupo, protetta da un'antica cella in muratura, sgorga dalla roccia, a volte copiosa, altre volte in quantità minima, un'acqua fresca e di sapore gradevole.

La cella che racchiude la fonte appare di origine romana, ed è citata in innumerevoli documenti storici che nei secoli descrivono la città di San Leo. Il sito è quanto mai splendido. Il manto boscoso ha ormai ricoperto gli scoscesi pendii rocciosi in cui è incastonata la fonte. Davanti si allarga grandiosa la Valle del Marecchia. La presenza del Santo è legata a questa fonte già nella tradizione locale più antica. Forse che nei suoi pressi lo scalpellino Dalmata avesse la sua dimora? Nessuno lo sa. In ogni caso nella tradizione e nella memoria storica del luogo quest’acqua ha sempre fruito di reputazione sacrale.

La Fortezza

Lasciata la chiesa votiva dedicata alla Madonna di Loreto, seguiamo a destra la via "Leopardi" che ci porta al Forte. Subito ci troviamo in una piazzetta suggestiva con fontanella, poi chiamata tradizionalmente "La Lunga", sono disponibili per l'ascesa un comodo sentiero delimitato da staccionata e l'antica mulattiera chiamata "La Corta". Se scegliamo "La Lunga" abbiamo un'erta più dolce e la possibilità di approfittare di punti di osservazione veramente esaltanti.

A metà cammino, dove la strada si incurva a gomito, il più splendido profilo del Castello si staglia su una parete rocciosa a piombo, emergente da un orrido di massi e vegetazione.

Il paese ci presenta il suggestivo accavallarsi dei suoi tetti, le due chiese romaniche appaiate, la superba Torre Campanaria che, torva, dai suoi finestroni, vigila sul borgo. Se le antiche campane si mettono in movimento, uno stormo di piccioni si leva in volo intrecciando intorno alla Torre una specie di danza, fintanto che i bronzi si placano ed essi riguadagnano i loro pertugi. Tutt’intorno i monti e le colline sono disposti a corona, quasi un immenso anfiteatro; mentre un' azzurra striscia di mare, se l'atmosfera è tersa, si delinea all'orizzonte. Un ultimo strappo fra il verde ed ecco la Rocca protendere i suoi bastioni rotondeggianti.

Ci troviamo davanti ad uno dei più compiuti e conservati edifici militari del Rinascimento. Il suo ideatore, Francesco di Giorgio Martini, l'architetto militare del grande Duca Federico di Urbino, incaricato della costruzione e ristrutturazione delle fortezze del Ducato, dopo la svolta ne nell’arte della guerra dovuta all'invenzione delle bocche da fuoco, qui, soprattutto, estrinsecò il suo genio, ampliando e adattando ai nuovi sistemi difensivi un'antica fortezza che già per quasi un millennio era stata inespugnabile e famosa.

Si fa risalire a Desiderio, Re dei Longobardi (secolo VIII), la costruzione di un primo fortilizio in muratura, dopo che per alcuni secoli, almeno dall'invasione ostrogota, il masso di San Leo, così come era conformato, era stato una imprendibile fortezza naturale.

Il Forte consta di due parti abbastanza distinte, nonostante l'omogeneità che Francesco di Giorgio ha cercato di conferire all'insieme di edifici di epoche diverse.

La parte superiore, o mastio, coi caratteristici tre torricini quadrati e l'ingresso gotico, è il corpo più antico. L'architetto rinascimentale ha aggiunto ex-novo l'ala residenziale e i torrioni rotondi collegati da un enorme muraglione a carena con beccatelli. Tra i muri di cinta con bastioni e il corpo centrale con enormi terrapieni percorsi da cunicoli, si sono ricavati vasti spiazzi che danno alla Rocca l'ariosità e luminosità proprie di un palazzo rinascimentale.

Prima di varcare il primo ingresso, notiamo in alto, nel torrione, immurato, lo stemma di Federico da Montefeltro, il Duca mecenate che fece ampliare e fortificare la Rocca. Altri stemmi simili erano su ogni ingresso e se ne vedono ancora i contorni. Furono forse scalpellati da Lorenzino De’Medici.

II primo arco d'accesso era preceduto da un ponte levatoio sospeso sul precipizio. Contro il secondo ingresso sono rivolte piccole feritoie da cui si poteva sparare sul nemico che fosse riuscito ad entrare nella cosiddetta “camera stagna”.

Il terzo ingresso era a sua volta preceduto da ponte levatoio e sbarrato da una saracinesca i cui resti sono conservati all'interno dell'arsenale o zona fortificata.

E' questo il primo interno che si visita, fra il secondo e il terzo ingresso.

E' un suggestivo dedalo di corridoi, vani e cunicoli distribuiti su due piani, all'interno del torrione maggiore e dei muraglioni di cinta.

Dalle feritoie si poteva colpire chi tentava la scalata con corde e scale. Le volte dei cunicoli sono provviste di fori per la fuoriuscita del fumo degli spari e anche per ricevere gli ordini e i messaggi dalle vedette poste in cima alla torre.

Usciti dalle fortificazioni ci si trova nel primo grande spiazzo a sud-ovest.

Varcato il terzo ingresso, eccoci nella cosiddetta “Piazza d'armi” delimitata dai due torrioni, dal muro di cinta e dal mastio. Il panorama si fa grandioso. Affacciandosi si ha la vista del centro abitato col suo reticolo di stradine convergenti nella Piazza al centro. Siamo a solo 650 metri sul livello del mare, eppure, così isolata e distinta dalle alture disposte a corona tutt’intorno, la Rocca sembra sospesa fra cielo e terra.

Per un millennio baluardo di difesa, per oltre due secoli tetro carcere, oggi la Fortezza di San Leo è un contenitore di testimonianze di storia e di arte.

Cominciamo la visita dal Torrione maggiore la cui parte superiore, un tempo a cielo aperto ospita primitivi cannoni, lance, alabarde, balestre ed armature.

Splendida la luminosa architettura della sala con tetto ad ombrello.

Ci dirigiamo poi al Torrione nord, più piccolo, facente parte della ristrutturazione ottocentesca dell'Architetto Valadier (dopo che un crollo della rupe, intorno al 1700, aveva sottratto alla Rocca ben due torrioni).

Vale la pena affacciarsi alla seconda finestra a destra per lo spettacolo dell’orrido sottostante. In quel punto la costruzione è sporgente sul vuoto.

Riattraversiamo il grande spiazzo per salire al Mastio. Percorriamo una scala a larghi gradini ed entriamo per una porta gotica, l'ingresso medievale della Rocca. Tutto quanto abbiamo visto fino ad ora è un completamento cinquecentesco. Dall'ambito ci si apre, davanti l'ampio cortile interno del Castello col pozzo e, sulla destra, in stile rinascimentale, nella zona più protetta, la residenza ducale.

Il panorama qui si riempie di colline digradanti verso la pianura Romagnola e il mare Adriatico. Alta, davanti, sui pendii de Titano, si stende la Città di San Marino. Procediamo nella visita entrando nell'ala residenziale il cui ingresso è sormontato mi solito stemma scalpellato. Due date affiancano lo stemma: 1479-1516. E’ quello il periodo durante il quale si è proceduto ad un ampliamento e riadattamento della Rocca, nonché al suo abbellimento. Quest’ala, in stile prettamente rinascimentale, è stata recuperata nelle sue linee originali, ed è un edificio che si stacca nettamente dal resto della Rocca.

Il pian terreno, ancora non completamente restaurato, si apriva sul cortile con un portico i cui archi corrispondono alle attuali finestrine.

Scendiamo anzitutto nelle celle sotterranee per una scaletta dai gradini irregolari.

I due ambienti appartenevano senz'altro ad un corpo di fabbrica molto più antico e soppiantato dall'attuale: erano forse anticamente le stanze di tortura. Si conosce comunque esattamente l'uso che se ne fece negli ultimi tre secoli, quando il Castello era un carcere dello Stato Pontificio: vi venivano trasferiti dalle  celIe “normali” i prigionieri giudicati meritevoli di pene supplementari, che qui dentro si trovavano al buio più completo e con l'acqua fino al ginocchio. L'aria e la luce entravano soltanto da due piccole aperture che sfogano nel corridoio del sovrastante piano terra. C'era posto per ventiquattro prigionieri, almeno a giudicare dagli anelli pendenti dalle pareti di roccia. L'acqua penetrava attraverso i muri dall’adiacente cisterna del cortile.

Risaliamo al pian terreno e lo percorriamo fino in fondo affacciandoci per quanto ci è consentito nelle stanze allineate sulla destra, restaurate in base alle tracce superstiti e contenenti pregevoli pezzi d'antiquariato, stampe, litografie e reperti archeologici.

In fondo al corridoio, dove una scala dovrebbe condurre ai piani superiori, si intravvede una zona in parte rocciosa con tracce di finestre più antiche in rapporto all'edificio rinascimentale.

Lasciato il piano terra e usciti all'esterno, rientriamo nell'edificio dalla prima porta a sinistra. Una piccola scala, piuttosto ripida, si biforca dopo pochi gradini.

La rampa a sinistra ci conduce al primo piano dell'ala residenziale. Veniamo a trovarci in un ampio corridoio illuminato da sei grandi finestre ad arco con splendida vista. Era questo l'appartamento ducale vero e proprio, riscaldato da eleganti camini, con i tipici sedili nell'incavo delle finestre, con passaggi segreti come quello che si intravvede nello spessore del muro all'ingresso della prima sala. Spazio, luce, bellezza, comodità, tutto ciò che lo spirito del Rinascimento reclamava per l'uomo nuovo, lo ritroviamo in questa serie di sale ora abbellite da mobili di varie epoche con prevalenza del '600 '700.

L'ultima stanza dell'appartamento ducale presenta, nella parete ad est, alcune iscrizioni in latino, di epoche diverse e abbastanza enigmatiche rinvenute scrostando l'intonaco. Da alcune parole leggibili nella scritta che sta sulla porticina dell’antica cella sembra potersi afferrare l'intera frase che, all'incirca dovrebbe dire: “E’ facile scendere ma difficile risalire”.

Non è improbabile che tale scritta abbia un riferimento al minuscolo vano sottostante conosciuto come cella del Tesoro. Si tratta di un ambiente quadrato, dalle pareti spessissime (tre metri circa), ubicato proprio nello sperone della fortezza, con la rupe a picco (circa cento metri) su due Iati. Questa cella era definita “cassaforte del Ducato” al tempo dei Duchi di Urbino, per l'uso che questi ne facevano.

Una notizia tramandata, non suffragata da documenti, vuole che l'eventuale ladro, una volta sceso nel Tesoro, venisse inghiottito da una botola e precipitasse quindi nel burrone.

Quando la Fortezza divenne un carcere dello Stato Pontificio, il Tesoro ospitò prigionieri dalla fuga facile, fra cui, per alcuni mesi, Cagliostro, di cui si parlerà più avanti.

La suppellettile della cella è ridotta al minimo: un tavolaccio dell'epoca, ancora conservato, che si prestava al triplice uso di letto, sedia e tavolo.

In fondo al corridoio notiamo un piccolo dipinto rinvenuto sotto l'intonaco, per la verità non bello ma curioso. Si direbbe che ad una primitiva immagine di Santa si sia dato un aspetto virile rivestendola di armatura e facendone un guerriero. Percorso il corridoio lasciamo l'appartamento ducale e saliamo la scala che ci porta al secondo piano dell'edificio.

Dopo la prima rampa, sulla destra, vale la pena di dare un'occhiata ad un labirinto di celle ricavate in quella parte della Fortezza quando questa era un carcere (celle pontificie).

Nelle celle, nell'incavo delle finestrine, si leggono ancora, incisi nella pietra, i nomi di prigionieri con date e motti anarchici.

Il secondo piano dell'edificio consiste in una serie di stanzoni a tetto dove trovavano alloggio, a seconda dei tempi, la guarnigione militare o gruppi di prigionieri, quando questi erano particolarmente numerosi, come al tempo dei moti del 1821 e del 1831.

In queste vaste e luminose sale trovano oggi ottima collocazione mostre ed esposizioni varie. Nell'ultima sala a nord è disposta una collezione d'armi degli ultimi cinquant’anni, notevole per numero e qualità dei pezzi.

Cagliostro

Lasciata l'esposizione d'armi si scende al Pozzetto, la cella di Cagliostro.

Dopo alcuni gradini ci attende una piccola stanza che sovrasta la cella famosa.

Siamo qui all'interno di una torre quadrata medievale. Una documentazione di stampe d'epoca, riprodotte fotograficamente, ci introduce alla conoscenza dell'enigmatico personaggio la cui fama è ormai indissolubilmente legata al Forte di San Leo. Nel pavimento notiamo la botola dalla quale si calava il prigioniero nella cella conosciuta appunto come “Pozzetto”.